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Prima di iniziare le attività in laboratorio eravamo stati divisi in due gruppi. Ero con sei persone che non mi conoscevano e una ragazza che il primo giorno in laboratorio mi salutò chiamandomi per nome.
“Ciao Settimo.” mi disse timidamente, “Siamo i primi oggi.”. Era una ragazza alta dai capelli lunghi e neri. Aveva gli occhi azzurri e indossava vestiti larghi nonostante fosse magra.
“Sono le otto e mezza, è ancora presto.” dissi guardando l’orologio, “Scusa, come fai a conoscermi?”
Ci fu un attimo di silenzio. Lei mi guardò confusa.
“Ho perso la memoria.” spiegai, “Non ricordo quasi nulla della mia vita.”
“Sembri sincero.” mi disse chinando il capo, “Io sono Elisa, ed ero una tua grande amica.”
Quel nome non mi diceva nulla, purtroppo.
“Quindi tu dovresti conoscermi bene.” dissi.
“Certo.” sorrise.
“Perfetto.”
“Non mi stupisco di vederti qui, sei sempre stato un amante delle materie scientifiche.” disse Elisa posando la mano sinistra sul fianco.
“Tu perché sei qui?” chiesi.
“Beh.” spiegò , “Ho bisogno di ore di alternanza scuola-lavoro. Tu sei fortunato, devi farne 200 in tutto, mentre io vado al Tecnico, quindi ne ho 400 da distribuire in tre anni. Devo farne il più possibile quest’anno e in quarta per poter dedicare più tempo allo studio in quinta.”
Compresi che la nostra scuola era composta sia da un liceo scientifico che da un istituto tecnico.
“Sono davvero tante ore.” dissi, “Perché ne hai il doppio?”
“Ad essere sincera, non ne ho la minima idea.” rispose scuotendo il capo, “Per quanto possa essere utile, dover fare così tante ore di alternanza toglie molto tempo allo studio. E non sono affatto una ragazza studiosa.”
“Posso aiutarti con lo studio.” proposi senza troppa convinzione, “In cambio potresti darmi qualche informazione su di me.”
“Ti aiuterei anche senza avere un tornaconto, Settimo.” disse, “Si fa così tra amici, no?”
Non aveva torto. Eppure il suo nome mi era nuovo, non mi aveva permesso di recuperare frammenti del mio passato come l’incontro con Marzio. Non sapevo perché.
Poco dopo arrivarono gli altri ragazzi, così entrammo in laboratorio accompagnati dalla ricercatrice che aveva tenuto il corso in Aula Informatica.
Fu un’esperienza speciale, molto interessante ed estremamente formativa. Il primo giorno ci eravamo sentiti goffi con quei camici larghi e le strumentazioni delicate con le quali non avevamo familiarizzato abbastanza prima di iniziare le attività. Durante la preparazione di una soluzione tampone, per esempio, avevo fatto fuoriuscire dell’acqua distillata da un becker, mentre un altro ragazzo aveva fatto cadere sul pavimento una sostanza che aveva appena pesato. Fu un giorno faticoso, ma quelli successivi andarono molto meglio.
La ricercatrice ci guidava spiegandoci nel dettaglio cosa fare, contagiandoci con il suo amore per le scienze. Gli altri ricercatori ci guardavano incuriositi e preoccupati per i loro delicati vetrini appoggiati sui banconi adiacenti a quelli in cui lavoravamo.
Il gruppo era unito, avevamo fatto amicizia velocemente. Mangiavamo insieme in una panetteria o in un parco, scherzavamo e ridevamo dei nostri piccoli incidenti in laboratorio. Dimenticai la mia cieca ricerca dei ricordi e vissi quell’esperienza pensando che tutto quello che stavo facendo in quei momenti mi rendevano felice e mi avrebbero potuto aiutare in un futuro non troppo remoto.
“Sai,” mi disse l’ultimo giorno in laboratorio, prima di uscire, Elisa, “Mi sei mancato tanto.”
“In che senso?” chiesi confuso.
“Non ci vedevamo da parecchio tempo.” spiegò con un sorriso imbarazzato, “Ma ho passato con te quattro giorni bellissimi. Il tempo trascorso con te ha un sapore particolare, l’avevo dimenticato.”
“L’avevamo dimenticato.” dissi, accennando alla mia amnesia. Ero felice di sentire quella frase, dimostrava di essere molto legata a me. Non ero più solo, pensai. Avevo qualcuno su cui contare.
Ci salutammo promettendoci di vederci di nuovo, presto. Uscii dal laboratorio e vidi un ragazzo con gli occhiali da sole camminare lentamente attaccato ad un muro.
Era vestito completamente di nero e parlava con qualcuno tramite l’orologio. Lo pedinai di nascosto.
“Amo’, tra poco sono da te. Stai tra’.” disse, “Guarda che mi sto facendo le ore, mica me ne sto in giro a far niente, eh. Già, lavoro per l’azienda di papà. Ma col cavolo che mi fa stare dietro alla scrivania a fare robe, dice che non so’ capace. Lui fa il foglio per le ore, lo firma e l’orologio segna. Ma chi c’ha voglia di farsi sta alternanza, preferisco stare da te che davanti al computer a lavorare. Siamo giovani, dobbiamo viverla ‘sta vita!”
Il ragazzo si voltò verso di me. Continuai a camminare facendo finta di nulla. “’More, due minuti e arrivo, ok? Ti amo, ciao.” bisbigliò frettolosamente.
Dovevo chiamare Marzio e riferirgli quello che avevo sentito. Mi allontanai dal ragazzo con gli occhiali da sole e chiamai il direttore del giornale d’Istituto.
“Ciao Settimo, com’è andata al laboratorio?”
“Benissimo, ho incontrato una ragazza che sa qualcosa sul mio passato. Si chiama Elisa.” dissi.
“Elisa, certo. Un’ottima persona, veramente. Ho avuto modo di conoscerla l’anno scorso, in una delle riunioni del giornale al Tecnico. Non sapevo dove andare, così lei mi fece da guida. Ora fa parte della redazione, vorresti unirti anche tu?”
“Mi farebbe molto piacere, Marzio. Ma ti ho chiamato per un altro motivo.”
“Dimmi tutto.”
Riferii le esatte parole del ragazzo, come se modificarne anche solo la pronuncia fosse un errore gravissimo. Un po’ come sbagliare le misurazioni nella preparazione di una soluzione.
“Interessante.” commentò, “Tu cosa ne pensi?”
“Quel ragazzo sta sbagliando.” dissi, “Dovrebbe prendere più seriamente l’argomento. Stiamo facendo queste ore per il nostro presente e per il nostro futuro. Dobbiamo mettere in pratica le nostre conoscenze, non lasciare che gli altri facciano il lavoro al posto nostro.”
“Parli come un professore, Settimo!” disse Marzio ridendo, “Non prenderla come un’offesa, dico solo che sei molto analitico e serio. Non prendere troppo sul serio questa questione delle ore, vivila serenamente. Ci vengono proposte delle attività e possiamo fare quelle che più ci piacciono. Io adoro le materie umanistiche, per questo scrivo per il giornale d’Istituto. Mi piace dare un’anima alle parole, farle parlare, sfogarsi e mostrarsi per quello che sono: un mezzo. L’alternanza è un mezzo per capire cosa ci piace davvero, tienilo sempre a mente.”
Sospirai. Aveva ragione, dopotutto. In fondo, avevo scelto di fare quelle attività proprio perché pensavo che l’ambito scientifico fosse quello più adatto a me.
“Ho parlato con l’Ingegnere.” continuò, “Ci aiuterà registrando le conversazioni degli orologi dei ragazzi con gli occhiali da sole. Potremo così ottenere informazioni utili come quelle che mi hai riferito. Gli ho chiesto anche se poteva aiutarti per recuperare la memoria.”
“Cosa ti ha risposto?” chiesi.
“Di lasciarti sfruttare questa occasione. O almeno, questa è la mia parafrasi, non mi ricordo le sue esatte parole.”
“Che razza di occasione sarebbe?”
“Conosco l’Ingegnere, ti sembrerà un giovane eccentrico ma è un uomo molto saggio. Lavora molto per la scuola e i suoi studenti, sono certo che sappia qualcosa che noi ora non potremmo capire.”
“Spero che tu abbia ragione.”
“Abbi pazienza, Settimo.” disse con tono consolatorio, “Ti posso dare un consiglio? Passa un po’ di tempo con Elisa, ti aiuterà volentieri a recuperare la memoria.”
“Lo farò senz’altro.”
“Non vedere ciò solo da un’ottica utilitaristica, però. È pur sempre una persona.” disse, “Ora torno a leggere, buona giornata.”
“Anche a te.” dissi chiudendo la chiamata.
La città in cui vivevo era grigia, morta. I suoi colori erano quelli dei graffiti che insultavano persone a me sconosciute e inneggiavano a forme di governo passate che avevo studiato a scuola. Non concepivo quell’accanimento verso quelle persone, né il desiderio di riportare i regimi totalitari sotto i quali avremmo visto le nostre vite diventare polvere, insignificanti strumenti di un’autorità invisibile.
Aristotele vedeva l’uomo come un animale politico, io come un animale cieco.

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