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“Chi manca oggi?” chiese il professore di matematica.
“Celeste e Flavio.” disse Marco, “Non vengono a scuola da più di un mese.”
“Non mi interessa da quanto tempo non vengono a scuola.” disse innervosito, “Ho chiesto solo chi non c’è oggi.”
“Scusi.” sospirò Marco.
“Non si perderanno molto, per loro fortuna. Mi chiedo però come faranno a superare l’esame, hanno fatto un sacco di assenze.” disse il professore spostando dei fogli sopra la cattedra, “Certo, entrambi hanno assenze giustificate per l’alternanza scuola-lavoro, ma così non imparano un bel niente.”
“L’alternanza è utile per capire cosa potremmo fare dopo essere usciti da questa scuola.” dissi.
“Fidati, non è così.” disse il professore scuotendo la testa, “Vi fanno perdere preziose ore di lezione, vi sfruttano e poi parlano male di voi. L’alternanza è la cosa più stupida che abbiano mai fatto per la scuola, non ci guadagnate nulla.”
Guardai l’orologio. Mi mancavano 70 ore, le avrei esaurite con gli articoli del giornale d’Istituto e seguendo un corso sull’utilizzo e programmazione degli orologi.
“Vi danno ore per qualsiasi cosa.” commentò il professore, “State otto ore in piedi al supermercato senza fare nulla? Ve le contano. Fate dei corsi? Vi riconoscono altre ore. Tra un po’ vi assegneranno ore di alternanza scuola-lavoro se mangiate al bar.”
“E perché succede questo, prof?” chiese Fabrizio.
“Guarda, lasciamo stare. Sennò finisco per lasciare il posto per il disgusto.” rispose con un filo di voce, “E ci sono pure quei cinque che se ne vanno in giro a propagandare unità e collaborazione. Ma sapete che vi dico? Cinque ore di lezione frontale al giorno e nessuna di alternanza. Così imparate tutto senza distrarvi.”
“Lei conosceva i ragazzi dell’ONU?” chiese Camilla.
“Purtroppo sono stati miei allievi, tranne Ettore.” sbuffò, “Solo Carlo aveva un po’ di cervello, gli altri avevano completamente sbagliato scuola. Tre teste vuote!”

Stavo camminando per i corridoi con Marzio. Mentre andavamo verso la mia classe, notai la presenza di Teschio.
“Fermi, porca miseria!” gridò. Nonostante ci fossero molte persone, sentii chiaramente le sue parole. Gli altri, invece, le ignorarono.
“Che cosa vuoi?” chiese Marzio seccato, “Ti sembra il caso di gridare?”
“Faccio quello che voglio qua, hai capito?” disse incrociando le braccia al petto, “Voi due dovete fare una cosa per me.”
“Di cosa stai parlando?” chiesi.
“So che voi siete del giornale d’Istituto. Soprattutto te, Marzio. Giri sempre con quel cappellino, ormai ti conosciamo tutti.” disse, “I rappresentanti d’Istituto hanno deciso di fare una pizzata tra due settimane, a marzo. Dovete farci un articolo.”
“Non puoi farlo tu?” chiese Marzio.
“Non c’ho voglia, ok?” disse alzando lo sguardo, “Fatelo voi, così vi togliete altre due ore. Oh, mi raccomando, scrivete che c’è uno sconto per tutti i membri dell’USA.”
“Davvero?” chiesi scettico.
“Sì, dopotutto Davide è uno dei rappresentanti d’Istituto, decide lui i prezzi.” disse Teschio.
“Ne parlerò con la redazione.” rispose Marzio, “Ti farò sapere.”
“Non hai capito.” disse Teschio sgranchendosi le dita, “Entro oggi deve essere pubblicato. Così vuole Davide.”
“E perché lui non è qui a parlarmene?” chiese Marzio con tono di sfida.
“Ha di meglio da fare.” rispose Teschio, “Tu no.”
“Tu.” disse una voce.
“Porca miseria, Pi.” disse Teschio, “Mi vuoi lasciare in pace?”
“Solo se andrai dalla preside e le dirai cos’hai in mente di fare.” disse Pi apparendo alle sue spalle.
“Sai che ho gli Artigli del Consenso, potrei farti fuori in qualsiasi momento.” ringhiò Teschio.
“Fallo.” lo sfidò Pi, “Mostra a tutti il potere di quegli anelli.”
Teschio si voltò verso di lui. “Per tua fortuna, Davide mi ha chiesto di lasciarti in vita. Ma non sarà così per sempre.”
“Come sei ubbidiente.” lo provocò Pi, “E se Davide ti ordinasse di cedermi tutti i soldi che hai estorto oggi, lo faresti?”
“Non me lo chiederà mai. Basta, ho raccolto abbastanza informazioni. Me ne vado.” ringhiò scomparendo.
Io e Marzio guardavamo in silenzio. Anche Pi scomparve poco dopo.
“Marzio.”
“Dimmi.”
“Questo non può che essere un sogno.” dissi scuotendo il capo, “È fantascienza.”
“Non tutto ciò che appare illogico è frutto di fantasia.” disse una persona camminando verso di noi. Aveva la giacca dell’ONU, un paio di occhiali e i capelli ricci. “Spesso è solo inusuale, diverso dalle nostre aspettative. Ma è più reale dell’ordinario.”
“Carlo.” dissi riconoscendolo.
“Forza, andiamo in classe.” disse continuando a camminare.
“Ci vediamo, Settimo.” mi salutò Marzio con una mano.
Feci un piccolo cenno con il capo, poi mi voltai verso Carlo e camminai con lui verso la mia classe. Era appena iniziata l’ora di inglese.
“Ragazzi.” disse la professoressa vedendoci entrare, “Oggi abbiamo come ospite Carlo, un mio ex allievo.”
I miei compagni si alzarono in piedi. Andai al mio posto e Carlo si sedette alla cattedra. Sorrideva, ma sembrava a disagio.
“Buongiorno ragazzi.” disse, “Sono stato in questa scuola fino all’anno scorso. Ero in 5B, forse alcuni di voi mi ricordano ancora.”
“Aveva vinto i giochi matematici dell’anno scorso.” osservò Roberta.
“Esatto.” annuì Carlo, “Sono felice di sapere che non sono stato dimenticato.”
“Fategli delle domande.” propose la professoressa, “Non avete qualche curiosità?”
“Ora lei dove studia?” chiese Marco.
“Datemi pure del tu, ragazzi.” disse Carlo, “Studio ingegneria all’università della nostra città. È un posto immenso, ve lo posso assicurare. Ci sono decine di aule in cui studiano centinaia di ragazzi come me.”
“Come si vive l’università?” chiese Fabrizio.
“All’inizio non è facile.” disse Carlo appoggiando i gomiti sulla cattedra, “Vieni catapultato in un mondo diverso, non sai bene come orientarti. Ma ci fai presto l’abitudine. Impari a organizzarti, gestire meglio il tuo tempo. Non hai lezione tutti i giorni e, soprattutto, non sempre la mattina. Il lunedì posso dormire fino a tardi, non ho nessun corso, mentre il giovedì ho tutto il giorno pieno.”
“Cosa darei per dormire un po’ di più il lunedì…” disse Camilla sottovoce.
“Tu cos’hai fatto per l’alternanza scuola-lavoro?” chiesi.
Ci fu un attimo di silenzio. Carlo mi guardò negli occhi. “Eh.” disse.
“Quest’anno Settimo si è interessato molto all’alternanza.” spiegò la professoressa, “Forse vuole conoscere la tua esperienza. In questa classe nessuno ha finito le ore prima della quinta.”
“Io le ho fatte tutte in terza.” disse Carlo, “Facevo corsi di matematica, suonavo nella band della scuola, davo ripetizioni e un sacco di altre cose. Tutto veniva retribuito con le ore di alternanza. Mi divertivo ma cercavo anche di dare un risvolto utile delle mie attività. Il mio lavoro non doveva essere una perdita di tempo, così come il vostro.”
“Ho una domanda.” disse Alberto, “Se posso permettermi.”
“Ma certo.” annuì Carlo sorridendo, “Chiedi pure.”
“In questi giorni si parla molto per i corridoi degli Artigli del Consenso. Non ho capito cosa sono.”
“È una vecchia storia, Ettore la racconta ad ogni nuovo membro dell’ONU.” disse Carlo con una piccola risata, “Qualcuno di voi la conosce?”
Nessuno rispose. La professoressa scosse la testa.
“Accadde tanti anni fa.” raccontò, “I professori erano severi, le regole rigide. La trasgressione non era ammessa, in nessun campo. Eppure, uno studente voleva sovvertire il sistema. Riteneva che dovesse essere lo studente al centro, non il regolamento scolastico.”
Eravamo tutti in silenzio, attenti ad ogni sua parola. Anche la professoressa era in ascolto.
“Egli riuscì a portare dalla sua parte un grande numero di studenti, i quali collaborarono con lui per realizzare sei anelli, gli Artigli del Consenso. Erano piccoli, ma tramite un complesso sistema di molle e ingranaggi potevano estrarre delle lame molto affilate.” disse, poi fece una piccola pausa. “Lo scontro fu inevitabile. Ci fu una rivolta interna alla scuola molto violenta, ma alla fine si arrivò ad un accordo. E la nostra scuola oggi è così solo grazie a quella ribellione, necessaria in quel periodo.”
“L’USA vuole ripetere il passato, Settimo.” mi disse Pi sottovoce, “Teschio ha con sé gli anelli che cambiarono l’impostazione della nostra scuola. Non possiamo permettergli di fare quello che vuole.”
Annuii.

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